Coronavirus. L'impatto sulla
event industry.

Ricerca Astra/Club degli Eventi sull’impatto del coronavirus, fase 3. Per le aziende eventi fisici indispensabili, pesante l'impatto su fatturato e occupazione.

L’82% delle aziende dichiara di sentirne la mancanza, il 73% dichiara che tornerà a farli con intensità, mentre il 71% è la perdita di fatturato prevista. Si vedono all’orizzonte licenziamenti e forti tagli. E’ quanto emerge dalla terza fase dell’indagine su ‘L’Industry degli Eventi e della Live Communication di fronte alla crisi Covid 19’ presentata ai membri del Club degli eventi mercoledì 17 giugno da Cosimo Finzi di AstraRicerche. Per la maggior parte degli intervistati quella regolamentata dal Dpcm è una ‘falsa riapertura’.

"Le aziende pensano di tornare a fare eventi fisici.

Sicuramente ibrideranno il tutto, ma non pensano che il digitale sia davvero una sostituzione dell’evento fisico, che rimane un mezzo diverso fra tutti gli altri mezzi di comunicazione e le altre tipologie di eventi”. 

Cosimo Finzi, direttore di AstraRicerche, illustra uno degli aspetti centrali emersi dalla terza fase dell’indagine su ‘L’Industry degli Eventi e della Live Communication di fronte alla crisi Covid19’. Dopo una prima fase , svolta fra il 17 e il 25 marzo e presentata al Club degli Eventi il 30 marzo (vedi news), se ne era aggiunta una seconda, condotta fra l’8 e il 14 aprile (leggi news)A queste se ne affianca ora una terza, svolta tra il 29 maggio e il 9 giugno 2020, tramite 520 interviste online a un campione di agenzie, attori della filiera e clienti.

“La situazione che emerge da questa indagine è decisamente più drammatica e preoccupante di quella venuta fuori dalle prime due – ha commentato Cosimo Finzi -. Servono una immediata revisione – su base nazionale – delle normative ed efficaci misure di sostegno mirate al settore”. 

Gli eventi digitali non sostituiscono quelli fisici

L’82% delle aziende dichiara di sentirne la mancanza, il 73% dichiara che tornerà a farli con intensità. Rispetto alla fase pre-covid, il 54,5% dichiara che utilizzerà di più gli eventi ibridi, e anche gli eventi digitali, per il 43,2%, subiranno un incremento.

Rimangono invariati rispetto alle altre due fasi della ricerca quelli relativi all’uso e all’utilità degli eventi digitali. Il 10,5% li usa e considera utili per il business, un 45% aggiuntivo li usa ma non lo considera rilevante per il business.

Interessante è che solo per il 38,6% gli eventi digitali rappresentano un vantaggio economico, quindi l’aspetto price non è determinante.

“Le aziende pensano di tornare a fare eventi fisici – spiega Finzi -. Sicuramente ibrideranno il tutto, ma non pensano che il digitale sia davvero una sostituzione dell’evento fisico, che rimane un mezzo diverso fra tutti gli altri mezzi di comunicazione e le altre tipologie di eventi”.

Il 40% del business del 2020 è già perso e il 50% è a rischio

Un altro dato molto eloquente che ne emerge è quello relativo all’impatto sugli eventi in programma. Su una media di 116 eventi annuali organizzati dalle agenzie, nei mesi in cui il mercato è stato immobile (marzo-aprile-maggio) ne sono stati già cancellati definitivamente 46, rinviati a data definirsi altri 26 e sono a rischio di cancellazione 27. Insomma, il 40% del business del 2020 è già perso e quasi il 50% è a rischio.

Un simile discorso vale anche per le aziende: su 110 eventi di media, 59 sono stati annullati, 39 rinviati a data da definire e 34 a rischio di cancellazione o rinvio. 

Eventi sospesi? Ora basta!

Altro aspetto significativo è constatare come sia cambiato il mood di chi fa gli eventi. Se infratti nella fase 1 e 2 c’era una sostanziale concordia nel dire ‘è giusto che non si facciano eventi’ (98% nella 1, 95% nella 2), ora la maggioranza concorda ‘per niente’ (19%) o ‘poco’ (36,2%), per un totale di 55,2%. Nelle altre due fasi, invece, poco/per niente d’accordo raggiungevano il 2,2% (fase 1) e 5,3% (fase 2). Mentre quelli ‘molto d’accordo’, che nella fase 2 erano già passati dall’89% al 53%, ora sono crollati al 12%. 

“Ora è dominante fra le agenzie la percezione di ingiustizia – commenta Cosimo Finzi -. La industry si era dimostrata subito responsabile nel riconoscere la necessità di sospendere gli eventi. Ma ora il mood è cambiato ed è diffusa la convinzione che si possa ripartire”.

Il timing, non prima del 2021

Un altro dato importante è quello relativo alla ripartenza: più si va avanti più il timing si sposta. Se solo circa il 30% pensa che si riprenda fra ottobre e dicembre (23,9% a ottobre, 5,8% a novembre e 3,3% a dicembre), la percentuale più alta si ha nel 2021: da gennaio-febbraio per il 28,5%, e da marzo in poi per il 28,1%, per un totale del 57,6% che considera che non si ripartirà prima del 2021. A questi dati si aggiunge un 10,6% che è ancora incerto. “Si tratta quindi di dovere aspettare ancora almeno sei mesi”, commenta Finzi.

Il Dpcm del 17 maggio, una falsa ripresa

La ricerca si è poi addentrata nel merito del Dpcm del 17 maggio che introduce la possibilità di svolgere eventi dal 15 giugno a certe condizioni: “fino a 1000 persone all’aperto, fino a 200 persone in luogo chiuso per ogni singola sala con posti a sedere preassegnati e distanziati e a condizione che sia comunque assicurato il rispetto della distanza interpersonale di almeno un metro sia per il personale sia per gli spettatori, misurazione della temperatura corporea agli spettatori e a tutti i lavoratori nel luogo dove si tiene l’evento, impedendo l’accesso in caso di temperatura al di sopra dei 37.5 °C., accessibilità a sistemi per la disinfezione delle mani, una adeguata periodica pulizia e igienizzazione degli ambienti chiusi e dei servizi igienici di tutti i luoghi interessati dall’evento, divieto del consumo di cibo e bevande e della vendita al dettaglio di bevande e generi alimentari, vendita dei biglietti e controllo dell’accesso, ove possibile, con modalità telematiche”.

A questo proposito, solo il 41% si dice d’accordo per la ripartenza degli eventi al chiuso e il 47% di quelli all’aperto così come previsto dal decreto.

Gli item però più negativi si trovano in riferimento agli eventi al chiuso: per il 26,2% non è interessante il vincolo sui numeri di partecipanti e, soprattutto, per il 41,5% non è sostenibile a livello economico. Per il 40,8%, poi, il vincolo non dovrebbe essere sul numero di persone (200), ma solo sulla distanza (in spazi più grandi anche più di 200 persone).

“Si registra una grande critica nei confronti del Dpcm – commenta Finzi -. La riapertura viene infatti considerata una ‘falsa riapertura’, perché non è sostenibile economicamente. Anzi, è quasi percepita come una chiusura, perché non dà vero respiro alle agenzie”.

Perdita di fatturato

Senza dubbio, però uno dei terreni più critici è quello della perdita di fatturato. Nell’ipotesi che il Dpcm sia valido fino a fine anno, il 33,2% dichiara di perdere + dell’85% del fatturato, il 39,1% fra il 65 e l’80%, e il 17,9% fra il 45 e il 60%. In media le agenzie perderebbero una quota di fatturato pari al 71%.

“Quindi se va bene, la situazione è negativa, tipicamente è molto negativa, nella maggior parte estremamente grave – commenta Cosimo Finzi -. Con una media del 71% di fatturato perso, è pensabile vedere nei prossimi mesi chiusure, problemi finanziari gravissimi e la necessità di licenziamento molto superiore a quello che si poteva prevedere”.

Dal canto loro, anche le aziende clienti registrerebbero una riduzione dei budget investiti negli eventi di circa il 68%.

La forza lavoro

Per la prima volta l’indagine di AstraRicerche ha preso in considerazione anche la forza lavoro. E i dati sono molto sconfortanti sia che si parli di dipendenti che, a maggior ragione, di collaboratori continuativi o semi-continuativi e di quelli saltuari.

Soltanto il 23,5% pensa di non licenziare i dipendenti, mentre più del 40% pensa di licenziarne 1 su 2. Dei collaboratori fissi il 60% pensa di licenziare almeno la metà e il 65% la metà di quelli saltuari.

Se dunque la media dei dipendenti era di 19 unità, si arriverebbe a quota 13. Per i collaboratori da 11 si passerebbe a 4 e per i saltuari da 13 a 3. Una riduzione dunque gigantesca dell’utilizzo di persone nelle agenzie, dei fornitori.

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